Chiara Cainelli: il duro sfogo dopo lo choc delle parole della radiofonica

Chiara Cainelli vittima e umiliata

L’ex gieffina, Chiara Cainelli, risponde alle polemiche nate dopo l’ospitata della radiofonica Turchese Baracchi e accusa: “Questo è un double bind”


Doveva essere un momento di confronto sul bullismo online, si è trasformato in un nuovo fronte di scontro. Chiara Cainelli torna a parlare e lo fa con parole durissime, dopo le polemiche esplose in seguito alla sua recente ospitata nel programma radiofonico condotto da Turchese Baracchi. Una sua frase, che sembra voler giustificare il bullismo online ricevuta dall’ex gieffina, in particolare – “sei stata tu la prima a farlo” – ha acceso la miccia, trascinando la vicenda nel vortice delle accuse e dello scandalo mediatico.

Lo sfogo e le polemiche sulla vicenda

A distanza di tre giorni dalla trasmissione, Chiara Cainelli, dopo le parole della speaker, ha scelto di intervenire pubblicamente sui social con un lungo e accorato sfogo. L’ex concorrente del Grande Fratello ha respinto con forza l’idea di essere in cerca di visibilità o consenso, raccontando invece un anno e mezzo segnato da insulti, minacce e accanimenti continui. “…Ti assicuro, Turchese, che l’unica cosa che vuoi fare è sparire, non cercare visibilità…”, ha detto.

Secondo il suo racconto, dopo la partecipazione al reality si sarebbero formate vere e proprie tifoserie organizzate, capaci di rendere “impossibile la vita” a chi ne diventa bersaglio. Non solo commenti offensivi e body shaming, ma anche profili fake, segnalazioni di massa, tentativi di boicottaggio lavorativo e perfino minacce sotto casa.

Una situazione che Cainelli definisce senza mezzi termini come persecuzione. “Ti insultano dalla mattina alla sera, che ti creano profili fake a quantità industriali per boicottare, per segnalare i profili. Questo non è abuso, questo non è violenza, questo non è bullismo in massa? Segnalo anche il fatto che queste persone ti prendono in giro per l’aspetto fisico continuamente, sentendosi legittimati, questo non dà il diritto di continuare a prendermi in giro, ad offendere, a minacciare, a cercare ritorsioni per quanto riguarda il lavoro. Questa è una persecuzione. Se tu fossi una grande paladina della giustizia e del bullismo, quando una persona denuncia qualsiasi tipo di abuso, di violenza, dovresti sapere che non esiste un se, non esiste un ma“.

Nel suo intervento, Chiara rifiuta di tornare nel merito delle dinamiche del Grande Fratello, ricordando che quella edizione – iniziata nel 2024 – fu segnata, a suo dire, da episodi di violenza fisica e verbale. “Non ho intenzione di affrontare di nuovo quell’argomento”, chiarisce, spiegando di aver già denunciato pubblicamente il comportamento di alcuni fandom.

Il punto più delicato arriva però quando si rivolge direttamente a Turchese Baracchi. Cainelli accusa la conduttrice di aver alimentato l’odio, mettendo like a commenti offensivi e legittimando, anche indirettamente, chi la insulta. “Quando una persona denuncia violenza o abuso, non esiste un ‘se’ o un ‘ma’”, ribadisce. Per Chiara, qualsiasi giustificazione finisce per spostare la responsabilità dalle mani di chi attacca a quelle di chi subisce.

Nel suo sfogo compare anche un concetto chiave: il double bind


Se chiedo rispetto sono ipocrita, se mi difendo sono arrogante, se parlo voglio fare la vittima, se sto zitta ammetto di meritarmelo”. Una trappola comunicativa che, secondo Cainelli, colpisce non solo lei ma molte altre persone, spesso troppo spaventate dalle ritorsioni per esporsi. Nonostante il sostegno della famiglia e del compagno, Chiara Cainelli ammette di essere stanca e ferita, ma non intenzionata a tacere. Trasformare un’esperienza negativa in una denuncia pubblica resta, per lei, l’unico modo per non lasciare che certe dinamiche vengano normalizzate. “Dire la verità rende scomodi”, conclude. E lei, quella scomodità, sembra aver deciso di prendersela tutta.

L’attacco finale

Poi si rivolge all’ex giornalista: “Le cicatrici che mi porto di un anno e mezzo di sofferenza…Sono stanca, sono veramente incazzata con le persone come te, che si proclamano paladine di battaglie che non sanno neanche cosa siano. Perché la prima regola è quella di non dire mai un se e un ma a chi sta denunciando. E tu, cara Turchese, hai messo like a tutte le persone che hanno detto qualcosa contro di me. Quella è una persona che cerca consensi, applausi, perché io ho guardato a chi metti like. Ho guardato a quando tu metti like dicendo “Eh, devi stare muta”. Devono stare muti a quanto rispondi alle persone. Io queste cose le ho viste e questa non è una persona che vuole combattere il bullismo, ma, anziché combatterlo, lo alimenta.” Ed ancora:

Perché facendo questo post, anche a distanza di tre giorni, dove hai avuto modo di guardare tutti i commenti, tu non hai espresso un tuo pensiero, hai riportato quello che le migliaia di persone che fanno parte di questo fandom hanno scritto. Tu stai rappresentando quel fandom in questo momento, perché non stai dicendo delle cose che una persona sa che non deve dire quando si parla di denuncia. Quello che le persone stanno facendo con me non è una giustizia, okay? È uno sfogo. E quello che tu stai facendo è una scorciatoia che dai ai miei haters per non assumersi le proprie responsabilità. Anzi, gli stai dando gli strumenti per poter dire, continuate ad insultarla perché lei ha insultato qualcun altro. Perché forse non ti hanno insegnato, cara, che tutto quello che dici prima del ma non vale. Quindi, quando dici, sono contro ogni tipo di violenza, di abuso, di bullismo, ma la ragazza ha iniziato per prima, ma la ragazza ha insultato per prima…”.

La vicenda, al di là dei nomi coinvolti, riporta al centro una dinamica complessa e spesso scomoda: quella per cui chi subisce violenza, nel tempo, può finire per riprodurre lo stesso schema. Quando il dolore non viene elaborato, il confine tra difesa e attacco diventa sottile, e il rischio è che il ruolo di vittima si trasformi, anche involontariamente, in quello di carnefice.

È un meccanismo noto, alimentato dalla pressione dei social, dalle tifoserie organizzate e dalla ricerca di consenso immediato, dove ogni parola viene amplificata e strumentalizzata. In questo contesto, la responsabilità comunicativa diventa centrale: denunciare il bullismo significa anche evitare di legittimare nuove forme di aggressione, diretta o indiretta.

Il caso Cainelli-Baracchi non racconta solo uno scontro personale, ma fotografa una fragilità più ampia del dibattito pubblico, in cui il confine tra giustizia e vendetta rischia di sfumare. E forse è proprio da qui che dovrebbe partire una riflessione più onesta: riconoscere il dolore, senza trasformarlo in un’arma contro gli altri.

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